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UNICO CANTO DA ‹‹FOCE››A ‹‹FONTE››

Di Massimiliano Castellani 

 

 

Se per puro dono del “cielo” chi oramai è disuso al suono delle rime si ritrovasse tra le mani e le orecchie stanche queste poesie di Mario da Corgeno, senza l’ancora di una benché minima scheda biografica che ne segnali i natali e la poetica, siate certi della riuscita perfetta dell’equivoco. Sono toccati in sorte a due occhi che spiavano dalla fessura di un’anima i versi di forgia michelangiolesca di uno scultore affine a quello che dell’arte poetica sortì “molto diletta al gusto intero e sano l’opra della prim’arte”.

L’aver scoperto tra le carte il nome di questi, non e stato certo simbolo di provvidenza, perché sfido chiunque se all’udir nominare Mario da Corgeno non resterebbe il cappio, per annodare l’arcano, se si stia disquisendo di uomo del Rinascimento.

Il critico acuto e smaliziato con gli occhi ancora intrisi della caliginosa luce dello studiolo, non avrebbe certo esitazioni nel segnare con professorale e rapido moto del pennino la grave dimenticanza per un “eccelso minore”, smarrito tra le polveri tomiche. Minore del resto fu anche considerato con pedanteria critica crociana il Buonarroti , al quale fu affibbiata la croce del “poeta dilettantesco”.

 Di quella divina mano Mario da Corgeno si dichiara da sempre debitore. Si scioglie il primo scorsoio nella penombra, perché intravedo che il suo trattasi di viaggio celere e miracoloso. Acchito della poesia che ha permesso il rapido passaggio attraverso i secoli, con la rapidità con cui bambino il capresano scagliava la pietruzza da un argine all’altro del Singerna. Immagino da lontano che da Corgeno e Caprese vi siano silve armoniose di poesia che fanno ombra sui tempi e le genti immote, ma lasciano che i raggi luminosi della “creazione” vivifichino anche per il suo allievo, che come il maestro compie l’opera mentre “ onora e ama e prega Dio, pè pascol, per l’armento e pel lavoro”. E come quello offre materia di gemma, e il marmo che prende forma dalla mano sua per sottrazione della materia, non trova altra ragione se non nel ricorso a un “veggente” lombardo come lui, i Tesori, che per i michelangioleschi componimenti parlava genialmente di poesia “sessione di scultura di pietra”. Poesia che porta tra le braccia stanche quella stessa fatica, ma di cui “rompe le catene” del vivere nel vuoto, anelando disperatamente amore. Amore che è di un marmo introvabile nei paraggi, eppure va ricercato incessantemente in accorata preghiera di speranza e carità, con la consapevolezza di andare comunque incontro alla croce che a ciascuno spetta, ma che l’artista almeno a talora il privilegio di scorgere prima e di avvertirne un dolore al cui confronto la dimenticanza degli umili critici disattenti è ramoscello che solletica il ventre. Ciò che conta è che in quel cercare si arrivi alla riunione col suo Maestro, in unico afflato poetico e con “la gioia d’abbracciarti” per condividerne l’amore per l’arte tutta che non si arresta, davanti alla pietra, ma solidifica e si eterna nel verbo.

Quell’eterno che è il tempo dell’arte, che si ferma solo per immagini, per labbra che disegnano un sorriso e “i miei occhi si socchiudono”. Una voce che ora so non essere di Rinascimento, anche se da li arriva, per farsi testimone esemplare del mio “strano tempo”. Canta in cerimonioso silenzio, qualche stanza più in là, dove tra il riposo delle mani e il riposo dello spirito è ancora capace di alzare gli occhi a rimirar le “stelle” che diventano “grappoli di baci”. Stupore, è ciò che suscitano le “nuove rime” di Corgeno che sposano l’anastrofe, fuoriuscite da quest’anima che illumina la notte in cui brancoliamo tutti, per aver smarrito quella poesia che congiunge l’uomo a Dio. Per noi la notte è solo tenebra, ma per Mario da Corgeno e il suo Maestro resta ancora melanconicamente e musicalmente perfetta “nell’ombra del morir”.

Il lettore arreso che non sa più gustare del bene prezioso della pagina si troverà a non saper riconoscere tra la foce michelangiolesca e la fonte di Corgeno. Mi libera il suo “non vedo altro che ombre, batte il cuore”. Continua a battere più forte, perché il cuore della poesia che in tanti credono essersi arrestata, qui si è fatta fonte attraverso la foce, e sgorga acqua copiosa.

Il lettore riceverà da quella fonte almeno una goccia, quella stessa discesa dagli occhi che cercano al buio con il poeta: “Ti cerco aldilà di una lacrima dove sei”. Quella stessa goccia caduta dalla foce michelangiolesca per il quale siamo debitori quanto Mario da Corgeno, nel sentirci uomini e cristiani del nostro tempo, dal momento in cui “mi hai lasciato nel cuore l’eterno del tuo amore”.

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.....................................................................Copyright © 2002 (Mario da Corgeno). Tutti i diritti riservati.