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Adriano Gajoni

Capitolo 10 
 

Ci incamminiamo verso la stazione, la mia maestra è così entusiasta di questo incontro. Prendiamo il treno da Vergiate e dopo circa 1 ora arriviamo a Milano. Ci siamo, siamo davanti la porta del suo studio, non so cosa aspettarmi, ma sicuramente la curiosità e l’emozione invadono la mia mente. Il Maestro ci fa cenno di entrare e una volta dentro, entro in un mondo speciale, che ogni artista sogna per sé.

Chiede di vedere i miei disegni, li sfoglia, li guarda, lo vedo concentrato, incuriosito forse dai tratti e dalle linee, è lì seduto intento a studiare i miei lavori, sembra che il tempo non passi mai in attesa di un suo giudizio, improvvisamente alza gli occhi verso la mia Maestra, la guarda accennando un leggero sorriso sulle labbra come se sapesse già cosa ne sarà di me in futuro, come se avesse previsto già qualcosa e così appaga la nostra curiosità dicendo:

“Questo ragazzo è dentro un guscio di un uovo, se lo apro, verranno fuori tutte le sue qualità”.

 Poi sposta la sua attenzione verso di me, mi guarda, mi sorride:

“Se mi dai il permesso, Mario, ti apro per far venire alla luce tutti i tuoi doni”.

Onorato davanti a queste parole, non posso far altro che dire:

“Si”

E lui: “Ok, vieni subito da me”.

 

E così ho fatto, ho preso le mie cose e mi sono fatto coraggio, so che ora ho la possibilità di esprimere me stesso, affronto le mie paure di questa grande città che tanto mi spaventa, infondo io sono un semplice ragazzo nato e cresciuto in un paesino tra i laghi e le verdi montagne, che ama stare in solitaria passando le sue giornate a vivere di cose semplici.

 

Ma oggi qualcosa è cambiato, oggi inizio così il mio nuovo percorso di vita, che mi accompagnerà nel mondo dell’arte.

 

E’ il primo giorno accanto al mio Maestro, parliamo di tutto e mi sento molto a mio agio. Il Maestro mi dà un volume sull’arte da studiare e mi dice:

“Mario, dovrai staccarti un pò dai tuoi affetti famigliari, perché questi potrebbero impedire la tua totale disponibilità verso l’arte”. “Se ti impegnerai profondamente, porterai fuori tutto te stesso, i tuoi doni prenderanno vita”.

Sono rapito dalle parole del Maestro Gajoni, totalmente trasportato, incantato dai suoi discorsi e dai suoi insegnamenti. Sento che davanti a me si sta aprendo un mondo affascinante nel quale il vero Mario potrà comunicare attraverso nuovi strumenti.

Porto il mio Gesù sempre con me, questo mi dà forza e sicurezza, entrambe le cose creavano in me un connubio perfetto. 

Frequentando costantemente il mio Maestro mi ritrovo 50 anni anni più avanti rispetto a quando avevo iniziato. Una mattina entro in studio e il Maestro mi dice:

“E’ giunto il momento che tu affronti la figura, conoscerne l’espressione e la sua bellezza”. “Sappi che domani verrà qui una modella a posare, non farmi lo scherzo di non venire, altrimenti vengo io a prenderti”.

E’ sera, sono preoccupato per la realtà che dovrò affrontare domani. Ho avuto un’educazione molto pudica, ogni cosa è legata ad un peccato, mi chiedo cosa è effettivamente “un peccato” e allo stesso tempo penso all’indomani, alla paura di poter rovinare la bellezza e la purezza dei miei sentimenti. “Cosa mi capiterà?”. 

 

Sono arrivato allo studio, il Maestro Gajoni mi ha sentito arrivare e sento che mi chiama: “Mario, vieni qui”.

Non mi sento pronto per questa nuova esperienza, l’ansia mi ha tenuto sveglio tutta la notte, sento i battiti accelerati del mio cuore, ma non posso tirarmi indietro, prendo tra le mani la maniglia della porta, la apro molto lentamente, come cercando di famigliarizzare pian piano con la realtà al di là di questa soglia.

Davanti a lui, vedo una ragazza in procinto di spogliarsi. Alzo gli occhi verso il soffitto e penso “Non posso guardare, altrimenti me ne vado dritto all’inferno”.

Sento il mio Maestro che mi urla: “Stai attento bene”. Io mi sento in un vortice di pensieri, abbasso lo sguardo e vedo questo corpo nudo, la vista si appanna, le mani iniziano a sudare e all'improvviso cado svenuto sul pavimento. 

 

Apro gli occhi e un senso di colpa mi divora, ho perso anche la parola, non voglio parlare. Davanti a questa scena il mio Maestro ride a crepapelle:

 “Non preoccuparti, è l’effetto della prima volta, poi ti passerà”.

 

E’ sera e devo tornare a casa, come tutti i giorni vado in stazione per prendere il treno, vedo il capotreno con la paletta alzata per fare cenno di partire, ancora stordito da questa esperienza, salgo al volo nell’ultima carrozza per paura di perdere l’ultima corsa, ma c’è qualcosa che non va, non mi sento sicuro. 

Vedo un uomo seduto, sta leggendo il giornale, avvolto da una strana sensazione domando: “Mi scusi, questo è il treno per Domodossola?”

L’uomo mi guarda un pò perplesso e risponde “No, questo è il treno che va a Torino”.

Sgrano gli occhi e credo che la mia pelle abbia preso un colore pallido. Penso tra me “Ora come faccio a tornare a casa?”

In un istante un pensiero mi passa per la testa. Gli indiani e i cowboy.

Apro di corsa lo sportello e mi lancio dal treno.

Cado a terra rotolando nella ghiaia, mi rialzo e inizio a correre lungo i binari in direzione della stazione. Riesco a prendere l’ultimo treno delle dieci, stavolta è quello giusto. E’ quasi mezzanotte, sono a casa e vedo mia madre in pensiero per me. Sono letteralmente sconvolto dalla giornata, da questa eclatante esperienza trascorsa nello studio, dal treno sbagliato, dal salto come i cowboy e per la lunga volata in bicicletta verso casa che ho appena fatto al buio attraversando i boschi. 

Una giornata che davvero non dimenticherò mai.

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